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.: Programmazione negoziata / La Riforma del Contratto di Programma

Il contratto di programma ha storicamente rappresentato il principale strumento di promozione del processo di industrializzazione delle regioni dell’Italia meridionale. Creato nel contesto dell’ultima riforma organica dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno promossa dalla legge 1.3.1986, n. 64, la sua peculiare funzione è consistita nel fornire un distinto e privilegiato canale di finanziamento pubblico ai progetti di investimento di grandi dimensioni realizzati in tali aree geografiche, a condizione che i medesimi progetti fossero “contrattati” con la pubblica amministrazione.

Attraverso il contratto di programma, quindi, fu istituito uno speciale regime di accesso alle sovvenzioni pubbliche - riservato a determinate categorie di imprese e di investimenti e applicabile in ambiti territoriali delimitati -, fondato su una regolamentazione dei rapporti tra pubblica amministrazione e soggetti privati di natura negoziale, in analogia con quanto già avveniva nelle relazioni tra enti pubblici mediante gli “accordi di programma” di cui all’articolo 7 della citata legge n. 64/1986, concepiti per strutturare la cooperazione tra Stato, regioni, enti locali e altri soggetti pubblici, nella realizzazione di interventi per i quali risultava necessaria la loro iniziativa integrata e coordinata, ma dal cui ambito di applicazione erano esclusi i privati.
In altri termini, la contrattazione programmata corrispose all’obiettivo di coinvolgere direttamente il mondo imprenditoriale nell’attuazione degli obiettivi e delle azioni di sviluppo del Mezzogiorno, creando i presupposti necessari, da un lato, per attirare in tali zone grandi progetti nazionali e internazionali di investimento industriale di tipo “greenfield” - cioè consistenti nella realizzazione di nuovi impianti produttivi in grado di generare un’elevata occupazione e caratterizzati da un forte impatto produttivo e tecnologico - per i quali esisteva una competizione fra aree geografiche nazionali e tra Stati (cosiddetti “progetti mobili”); dall’altro, per fornire alla pubblica amministrazione la possibilità di valutare le esternalità positive e negative esercitate da tali progetti di investimento sui territori coinvolti, in modo che essa potesse intervenire direttamente nella fase decisionale e, quindi, eventualmente modificare l’investimento nella direzione più favorevole alla collettività locale. In questo modo, l’incentivo finanziario concesso mediante il contratto di programma veniva associato ai presunti vantaggi che le collettività locali avrebbero ricevuto dall’investimento, a bilanciamento della valutazione di mera convenienza economica espressa invece dall’investitore privato.

Ancora oggi il contratto di programma è l’unico strumento della politica industriale nazionale che si basa sulla negoziazione tra imprese e amministrazione statale. Esso si colloca nel novero degli istituti della “programmazione negoziata”, espressione utilizzata nel campo dell’intervento pubblico nell’economia per indicare “la regolamentazione concordata tra soggetti pubblici o tra il soggetto pubblico competente e la parte o le parti pubbliche o private per l’attuazione di interventi diversi, riferiti ad un’unica finalità di sviluppo, che richiedono una valutazione complessiva delle attività di competenza” 1.
In particolare, l’articolo 2, comma 203, lettera e) della legge 23.12.1996, n. 662 lo definisce, con sintesi efficace, come “il contratto stipulato tra l’amministrazione statale competente, grandi imprese, consorzi di medie e piccole imprese e rappresentanze di distretti industriali per la realizzazione di interventi oggetto di programmazione negoziata”.

Guida alla riforma del Contratto di Programma
1° Rapporto 2003

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